Estratto: la Premessa
Le prime pagine del libro. Il resto — introduzione storico-metodologica, glossario, analisi dei ventuno brani, post scriptum 2026 — è nell'edizione a stampa.
La critica moderna ha sempre accordato alla musica profana inglese un posto di tutto riguardo, soprattutto per i suoi contributi alla formazione dello stile tardo-rinascimentale. Da una parte le complesse evoluzioni dello stile strumentale (virginalisti e liutisti), dall’altra il vasto, per quanto cronologicamente circoscritto, repertorio dell’Ayre, nel quale confluiscono le diverse correnti del madrigale polifonico italiano, dell’Air francese e del Song solistico inglese.
Diversi compositori, negli anni dal 1597 al 1622, si cimentarono con questa forma musicale; ma, tra questi, la figura di maggior rilievo storico — quasi l’iniziatore del genere — resta sicuramente quella di John Dowland (1563-1626), il cui contributo alla musica vocale e strumentale è tra i più significativi. La pubblicazione del suo First Booke of Songes or Ayres (London, Peter Short, 1597), più volte ristampato, sembra aprire immediatamente nuove prospettive ai compositori attenti alle innovazioni dal fascino ‘continentale’.
Nonostante la fama di Dowland sia ormai consolidata nel grande affresco della Storia, la sua opera non smette di invitare alla riflessione; e per quanto i manuali storiografici non lascino trapelare incertezze di valutazione, restano questioni la cui complessità sembra quasi ‘intimidire’ la critica. Vi è, in realtà, uno stimolo ben più forte a sostegno di questo interessamento, ed è lo stupore mai sopito per una musica sospesa tra fluidità vocale e rigore strumentale, tra espressione e forma. Il consueto fascino delle musiche ‘di confine’ (il nodo storico tra Cinque e Seicento) si lega ad altre caratteristiche di non minore suggestione, come la profonda malinconia che pervade le musiche del compositore inglese: di quella malinconia Dowland fece la propria firma (il celebre Semper Dowland, semper dolens).
Gli studi sulla complessa figura di John Dowland possono essere distinti in tre classi principali. La prima, di carattere storico-biografico, fa capo all’esauriente lavoro di Diana Poulton, probabilmente la massima esperta nel campo, che offre anche una rapida quanto sintetica ricognizione delle opere; il riferimento a questo lavoro è continuo e indispensabile. La seconda categoria è composta dalla ristretta quantità di studi di carattere analitico, mentre la terza riguarda le questioni relative ai testi poetici scelti dal compositore e inseriti nelle sue raccolte.
La maggior parte degli studi analitici, almeno in campo musicale, rivela però lacune di fondo: la più evidente riguarda la loro settorialità, poiché l’interesse dei critici viene spesso assorbito da questioni che, per quanto di notevole importanza, coprono un solo aspetto dell’opera del compositore. In questo senso si indirizza, per esempio, il lavoro di Robert Toft sul ruolo della retorica nelle più ‘seducenti’ Ayres di Dowland, o quelli, di più vasto respiro, di Gregor Butler e di Headlam-Wells; manca invece del tutto uno studio approfondito sulla tecnica compositiva che ne inquadri le caratteristiche fondamentali. Ciò che non manca è l’interesse per le componenti essenziali dello stile: diversi lavori sono stati dedicati, in tempi più o meno recenti, alle suggestioni esercitate dal madrigale polifonico italiano (e anche da generi più leggeri) e soprattutto dalla ‘nuova’ scuola monodista. Parimenti è stato indagato il peso della scuola compositiva francese (Air de cour) nella formazione del giovane Dowland. Lo studio comparativo del repertorio francese e italiano, mediato dalla brillante interpretazione della Poulton, costituisce un valido punto di partenza per la riflessione analitica, benché non l’unico. Se da una parte è vero, infatti, che il repertorio dell’Ayre non raggiunge il livello delle cospicue efflorescenze del madrigale italiano, dall’altra è pur vero che vi troviamo esempi d’arte musicale di altissimo profilo e, soprattutto, di invenzione autonoma. Quali sono, dunque, i caratteri e le tecniche che resero quest’invenzione così nobile da suscitare un interesse diffuso e duraturo, tanto da veder comparire, nel giro di venticinque anni, ben 34 volumi di Ayres?
La risposta è senza dubbio nascosta nei 21 brani (numero significativamente ricorrente in altre raccolte) che compongono il First Booke; e la mancanza di un approccio tecnico-analitico ad hoc per questo monumento così significativo della storia musicale, non solo inglese, diventa ancora più grave se associata alla latitanza pressoché assoluta di letteratura storica e analitica in lingua italiana.
Le ragioni di questo ‘angolo oscuro’ vanno necessariamente connesse alla naturale difficoltà di valutazione e comprensione dei testi poetici, che sono notoriamente tra i più ‘densi’ ed elaborati della fiorente cultura letteraria elisabettiana. Dal punto di vista musicale le cose non cambiano di molto: da alcuni anni la critica è impegnata ad affinare metodi analitici applicabili con successo al madrigale polifonico italiano (Powers, La Via, Brown), che costituiscono l’unica base di riflessione sul versante analitico, ma non sono ancora stati sperimentati sul campo della musica vocale profana inglese.
Questa situazione ha fortemente stimolato l’interesse per l’Ayre e per le questioni più specificamente legate all’analisi della musica tra Cinque e Seicento. La necessità di uno sguardo complessivo, ma approfondito, sul repertorio richiede una concorrenza di fattori e spunti analitici che tengano conto innanzitutto delle peculiarità del rapporto tra testo poetico e musica (e delle relative implicazioni retoriche) e, conseguentemente, della tecnica contrappuntistica — e quindi dello stile — del compositore. Se da una parte il ricorso ai mezzi analitici già applicati al madrigale è un punto di partenza obbligato, dall’altra il riferimento alla trattatistica musicale coeva (Campion) si è rivelato indispensabile.
Si è pertanto deciso di organizzare il lavoro come segue: un’introduzione generale sull’Ayre, di carattere storico e comparativo, presenta al lettore le principali questioni relative ai testi poetici e al loro sostrato culturale, e traccia a grandi linee il rapporto tra Dowland e le scuole compositive francese e inglese, con particolare attenzione al versante letterario. Segue una presentazione delle problematiche legate all’analisi musicale e un’esposizione dei metodi usati (La Via, Brown e Campion) per l’indagine sistematica dei brani, contenuta nella Parte Seconda. Qui ogni Ayre viene inizialmente ‘descritta’ in base al proprio piano tonale-cadenzale; questo tipo di schema, come vedremo, permette l’immediata percezione non solo dell’indirizzo armonico complessivo, ma anche del globale percorso affettivo della musica in rapporto al testo poetico, dovuto alla ‘qualità’ delle cadenze scelte dal compositore. La sintesi dei processi cadenzali è il punto di partenza per una riflessione più ampia nell’ambito di ogni singolo brano, che coinvolge nel dettaglio sia gli aspetti salienti del testo poetico, sia i rapporti tra quest’ultimo e la musica che lo sostiene. Per quanto questo approccio analitico sia il medesimo per ogni brano, è stato necessario dotare alcuni di essi di schemi e tabelle speciali, che attirino l’attenzione del lettore sugli aspetti di volta in volta più rilevanti.
Ciascun brano, nella ricezione dei suoi contemporanei, diventa un modello di coerenza espressiva racchiuso entro i contorni di una forma, come vedremo, quasi costante e comunque ben definita da un insieme di norme codificate dalla tradizione, verso la quale si pone in un continuo gioco dialettico; l’analisi, quindi,
va continuamente interrogando la musica tra norme e individuazione; mentre tratta la struttura come caso individuale, non può evitare il problema della normatività dei costituenti, e solo accertando questa normatività riconoscerà l’individuazione.
Il ‘fatto musicale totale’ del First Booke, sicuramente più scaltro di qualunque schematizzazione aprioristica, poggia sulla convinzione della sua unitarietà: l’insieme dei singoli brani dà vita a una struttura complessa, e ogni brano attinge significato da essa; nonostante
la razionalità della struttura rivelata dall’analisi non [sia] ‘previsione’, ma condizione della sua esistenza. L’adeguatezza dell’operazione analitica non si limita al suo grado di razionalità e di complessità; l’analisi resta morta se non coglie quell’esistenza.